domenica 28 maggio 2017

Cara amica femminista


Nella difficile discussione sulla GPA io non ho una posizione radicale, non penso che sia a priori giusta o sbagliata, credo che sia un argomento complesso che va affrontato con intelligenza. Chiedo una riflessione profonda che investa i vari ambiti della vita, chiedo di guardare la cosa da diversi punti di vista. Chiedo, soprattutto, che sia la donna a decidere, libera dal dogma della santa maternità, dallo schiavismo del mercato, dal pensiero maschilista. Chiedo, da sempre, che non ci siano zone d’ombra, che venga annullata ogni forma di dipendenza dal maschio, che non ci siano schiave ma persone libere di decidere in piena autonomia.
Eppure, nonostante io non mi sia mai schierato a favore della GPA (non mi importa schierarmi, non ricorrerei alla GPA neppure se fosse legale nel nostro paese per ragioni mie, non necessariamente etiche, diciamo che preferirei altre strade come quella dell’adozione) oggi scopro che, in quanto maschio, non posso permettermi di avere un’opinione in merito. Scopro che nelle mie vene scorre sangue fascista e maschilista come sostiene, in un commento, una “amica” femminista.
Cara amica, non importa quanto mi hanno ferito le tue parole, capisco la rabbia, comprendo le motivazioni che ti spingono a scrivere una cosa del genere.
Ti dico però che la tua è una presa di posizione cieca e ottusa, e te lo dico perché tu non guardi a me come essere umano, non guardi le mie azioni, non conosci i miei pensieri, non sai del mio impegno quotidiano contro una società maschilista, fallocratica e fallocentrica. Tu sai che sono un maschio e per questo mi attacchi, mi incolpi, anche se io non l’ho mai fatto, di voler imporre il mio pensiero “maschile” alle donne, ignara che il mio pensiero è sempre stato di rottura nei confronti della maggiorparte degli altri maschi. E non sai, evidentemente, quanto mi è costato. Non conosci l’isolamento a cui porta non pensarla come gli altri maschi, non sai quante offese e quanti sguardi di disapprovazione.
Cara amica, il mio retaggio culturale si è formato proprio in ambito femminista, cerco, con tutto me stesso, di combattere nella mia quotidianità il macismo e il maschilismo, lo faccio attraversio i miei interventi nelle scuole, alle conferenze, attraverso i miei scritti e i miei romanzi.
Ma nulla di tutto questo importa, non importa se ho fatto mio il pensiero della differenza, se parlando con le ragazze le invito a leggere i testi di Virginia Woolf, di Simone De Beauvoir, della Kristeva e di molte altre, se chiedo i maschi di abbandonare il retaggio culturale che proviene loro dal patriarcato.
È questo che succede quando non si guarda alla singola persona, quando non si ha la curiosità di conoscerla, di comprenderla, è questo quello che accade quando l’unica cosa che importa è se hai o no il pene.
Non ti dirò quanto trovo limitante questo tuo pensiero, quanto lo trovo offensivo e denigrante. Fortunatamente incontro ogni giorno donne che comprendono che non tutti gli uomini sono uguali che ci sono persone che sono sempre e comunque al loro fianco, che la mia mente non è il mio pene.
Spero che tu apra gli occhi, spero che tu riesca ad andare oltre un particolare anatomico, spero che tu riesca a comprendere che così, divisi, non ci sarà nessuna possibilità di creare una società migliore per nessuno.

domenica 26 marzo 2017

La paura è una barriera



Questa mattina, mentre attraversavo il sottopassaggio della stazione per andare al lavoro, ho pensato al tempo e a come le cose cambiano. Sarà che sto rileggendo tutto Tondelli per un incontro che devo tenere ad Aprile a Castiglione delle Stiviere, sarà che rileggendolo ho provato emozioni che pensavo dimenticate, sarà che emerge un mondo che non esiste più, non lo so, so solo che ho cominciato a pensare a quanto il tempo incida sulle nostre vite.
Ero terrorizzato dai sottopassaggi, a dire il vero ero spaventatissimo anche dalle stazioni. Li vedevo, con il calare del buio, come luoghi da cui fuggire, abitati da un’umanità che mi terrorizzava. E Bologna, Bologna per me era il luogo da visitare nel poco tempo libero che avevo, in compagnia di un’amica, rigorosamente di giorno.
Il resto del mio tempo lo passavo in una cucina, il lavoro era la mia vita, poi c’era la solitudine prima della mia camera e poi del mio monolocale. Ho pensato tante volte di fuggire e poi un giorno mi sono detto: Vai o muori.
E ho deciso di andare.
Oggi provo una infinita tenerezza per quel ragazzino, la stazione è diventata la mia quotidianità, molti dei luoghi storici di Bologna hanno ceduto il posto a negozi di vestiti a basso costo, quell’umanità che mi terrorizzava oggi aspetta con me i treni sulle banchine. Hanno volti e sorrisi, odori e colori che non mi spaventano più.
Sarà che sono in pace con me stesso, ogni giorno mia madre mi dice di stare attento in stazione che non si sa mai con tutto quello che succede nel mondo e io le rispondo sempre la stessa cosa, che non voglio vivere nella paura.
Sarà che ci ho vissuto per troppo tempo. Paura di non farcela, paura del mio orientamento sessuale, paura di non essere all’altezza.
La paura è una barriera. Niente di più. Superata quella sottile linea rossa che ci imprigiona, che ci confina in noi stessi, possiamo cominciare ad essere liberi.
O avere una parvenza di libertà, almeno.
E sarà che mi rendo conto che nulla è più come prima, io, le persone che amo, la mia vita, la società.
Tutto in continua trasformazione, tutto in evoluzione. Non è necessariamente un bene, lo scorrere del tempo lascia segni indelebili dentro e fuori di te e ti avvicina alla realtà dell’esistenza, ti fa sentire fragile  e impotente, ti mette davanti alle tue paure e ti costringe ad affrontarle.
La mia paura più grande, oggi che le stazioni e i sottopassaggi non mi terrorizzano più, è la perdita delle persone che amo. Perché non sono mai stato pronto per la perdita. Ho capito e vissuto la solitudine e l’emarginazione ma non la perdita. Eppure so che avverrà, so che le cose cambieranno ancora e che mi mancheranno sorrisi e voci e momenti e ci sarà un tempo in cui solo i ricordi mi daranno un po’ di sollievo.
E poi mi dico che la vita è adesso e non posso rischiare di non vivere i momenti con le persone che amo per paura di perderle.
Così cerco di dire al Tempo: “Lo so che esisti, lo so che ti ho per poco a mia disposizione, lo so che tu hai sempre fretta. Fa lo stesso, fammi solo vivere questa nuova giornata”.

giovedì 23 febbraio 2017

Moralizzatori, Iene, Sciacalli.


Apro una piccola parentesi sul caso IENE e circoli vari. Non voglio parlare dei finanziamenti e del presunto scandalo, non parlerò neppure dell’importanza dell’UNAR o del fatto che una trasmissione televisiva che mette in piedi un servizio confezionato per creare scandalo possa influire in questo modo sulla vita politica di un paese. Sono state dette molte inesattezze, a partire dal fatto che questi circoli ricevano finanziamenti pubblici (non è vero, nel singolo caso i fondi all’ANDDOS sono stati dati per un progetto fatto insieme all’università La Sapienza, poi possiamo discutere sui mancati controlli all’interno dei circoli per quanto riguarda prostituzione, droga ecc ma questa è un’altra storia), ma di questo hanno già parlato altri e non lo farò anche io.
Quello che mi preme mettere in evidenza invece è l’immediato attacco alle persone GLBT (a tutta la comunità) e la riprovazione sociale che quelle immagini hanno suscitato. La Iena in questione ci ha tenuto a far vedere un uomo che si faceva fistare, altri che facevano sesso orale e anale. Persone maggiorenni che fanno sesso in un luogo in cui entri con una tessera. La maggior parte dei commenti che ho letto diceva: “Prendetelo nel culo ma non con i nostri soldi”.
Ecco, per dire, i vostri soldi non vanno a finanziare il sesso anale. Si dovrebbe poi parlare di fondi europei stanziati per determinati progetti che non si possono utilizzare, in ogni caso, per altre cose.
L’attacco si è trasformato prestissimo da: “i nostri soldi” a “pervertiti” a “gassate i froci”.
Perché alla fine di questo si tratta, non mandate proprio giù che due uomini possano far sesso fra loro. Lo so che l’immagine rassicurante del frocio migliore amico o che fa la proposta di matrimonio al proprio compagno o quello tanto dolce vi fa venire la lacrimuccia ma, ehi, anche noi facciamo sesso.
Esattamente come lo fate voi, come lo fanno i vostri amanti, i vostri compagni o le vostre compagne. Quindi mettiamo le cose in chiaro, se avessero fatto vedere un club in cui uomini guardano fare sesso delle donne o dove ci sono scambisti eterosessuali probabilmente la condanna morale non sarebbe stata così forte. E, per favore, evitatemi i “Non è vero se lo fanno con soldi pubblici” perché, va ribadito, questi soldi non vanno ai circoli, vanno ai progetti.
Ora possiamo anche evitare di parlare dell’ipocrisia imperante per cui si deve ancora negare di avere una determinata tessera o si deve negare il proprio orientamento sessuale in pubblico, ma apriamo gli occhi.
Ci sono persone che amano farsi legare (belle le 50 sfumature eh?), persone che amano farsi sottomettere, altri che amano il sadomasochismo, ci sono persone che amano farsi fistare o fistare, altri che amano le orge o lo scambio di coppia. La sessualità umana ha un milione di sfaccettature, il moralismo disgustoso che esce ogni volta che si parla di sesso gay è delirante. Fate sesso anche voi cari amici etero, ad alcuni di voi piacciono determinate cose, ad altri no. Perché il mondo glbt si debba giustificare da questo punto di vista io proprio non lo capisco. Esistono circoli in cui si fa sesso affiliati ad associazioni culturali? Sì, esistono. Abbiamo scoperto l’acqua calda. Esistono per le persone glbt ed esistono per le persone eterosessuali.
Vogliamo una moralizzazione della società? È questo che vogliamo? Vogliamo che la nostra sessualità venga controllata?
Benissimo: basta locali in cui si fa sesso, etero o gay fa lo stesso, chiudiamo tutto. Basta prostituzione (un mercato fiorentissimo nel nostro paese), basta pornografia (altro mercato che va alla grande), basta anche alla mercificazione dei corpi in TV, chiudiamo tutti i negozi in cui si vendono giocattoli erotici, eccetera.
Poi passiamo all’alcol, alle sigarette, alle idee troppo rivoluzionarie.
Perché di questo si tratta.
Se volete fare i moralisti fatelo a 360 gradi e non solo quando vedere due froci che fanno sesso perché io rivendico il diritto ad avere una mia sessualità, delle fantasie, dei desideri.
Rivendico con forza il diritto di fare del mio corpo e con il mio corpo ciò che voglio se entro i confini della legge.
Non vi sta bene? Cominciate voi, cari moralizzatori, cominciate voi a fare della vostra sessualità qualcosa di “moralmente” accettabile.
Poi ne riparliamo.

giovedì 19 gennaio 2017

Ma proprio oggi? 41. Sì, 41.


Sono le 3.13 del mattino, ho 41 anni, fra tre ore mi devo svegliare e oggi Donald Trump diventa il presidente degli Stati Uniti d’America.
E, ingenuamente, penso: “Ma proprio oggi si deve insediare questo”?
Poi mi rendo conto che oggi non esiste, è un giorno come tanti altri e mi guardo indietro e capisco che sono 41 anni che si susseguono presidenti più o meno capaci, più o meno democratici. 41 anni che la gente nasce e muore, che il tempo scorre. Che 41 è solo un numero senza senso. Come 40. 39. E così via.
Ci sono ancora gli attentati, cambiano i modi, forse. Ci sono ancora le guerre, i bambini che giocano fra le macerie, la borsa che sale e scende, l’economia che parte e rallenta, si ferma, riparte. E l’unica cosa che mi sembra avanzare è la tecnologia anche se alla fine non mi sembra una cosa così positiva perché più avanza più noi torniamo all’età della pietra, siamo selvaggi negli sterminati campi di internet. Intanto io ho lo stesso compagno di quattordici anni fa, la stessa gatta di otto anni fa, le stesse amatissime amiche di ventisette anni fa. La macchina no. Adesso ne ho una molto figa. Usata ma molto figa, durante l’estate mi sento come Thelma e Louise, occhialoni da sole,foulard svolazzante. Ho cambiato città, dentista, dottore, sede lavorativa. Presto, si spera, anche casa. Ho cambiato idee, opinioni, look. Sono ancora una persona insicura, che si pone mille domande al giorno, apprensiva, un po’ pedante.
Solo che oggi ho un anno in più. E con me invecchiano anche le persone che amo. Mia madre, mio padre, i miei fratelli. Intanto vedo riflesso negli altri tutto ciò che non potrò più essere. Senza grossi rimpianti perché il mio momento l’ho già avuto, sono stato giovane anche io. Ora per fortuna è passato. Sono un’altra persona. E sono felice di essere questa persona. Mi preparo alla perdita, quotidianamente. Sono ancora una persona triste, anche quando non dovrei. Trovo un po’ di pace solo quando sono in compagnia delle persone che amo, mi alzo ancora nel cuore della notte per scrivere cose che nessuno leggerà. Amo ancora il cinema e la letteratura. Sono ancora in conflitto con il mio corpo. Ma non sono più ambizioso, ora mi interessa altro. Mia madre oggi mi ha detto che quando invecchi perdi interesse nei confronti di ciò che ti circonda. Sai che ti avvicini alla fine, non c’è più molto che ti sorprenda, guardi al tuo piccolo, al tuo privato.
Io so che la vita è condivisione, è collettività.
Se non ti apri al mondo non ha senso vivere.
Questo penso, e mentre lo penso scompare la stanchezza, la paura, la tristezza.
E ci saranno altri Obama e altri Trump. Altre guerre e altri periodi di pace.
41 anni non sono una meta.
La meta è non rinunciare.


Intanto google, che mi chiama per nome e mi fa gli auguri, mi ricorda che:  QUI